Diverso come gli altri. Pasolini: omosessualità, diversità e tolleranza nelle conversazioni con Duflot, 1969.
- Città Pasolini
- 11 mar
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Aggiornamento: 20 mar

J.Duflot: È da tempo che Lei si sente, secondo la sua definizione, votato al linciaggio.
P.P.Pasolini: Sono vent'anni che la stampa italiana, e in primo luogo la stampa scritta, ha contribuito a fare della mia per sona un contro tipo morale, un proscritto. Non c'è dubbio che a questa messa al bando da parte dell'opinione pubblica abbia contribuito l'omofilia, che mi è stata imputata per tutta la vita come un marchio d'ignominia particolarmente emblematico nel caso che rappresento: il suggello stesso di un abominio umano da cui sarei segnato, e che condannerebbe tutto ciò che io sono, la mia sensibilità, la mia immaginazione, il mio lavoro, la totalità delle mie emozioni, dei miei sentimenti e delle mie azioni a non essere altro se non un camuffamento di questo peccato fondamentale, di un peccato e di una dannazione.
Ad averla additata alt infamia non è stata, più che la particolarità del comportamento privato, la notorietà del personaggio pubblico?
È meno ovvio di quanto non sembri. La notorietà di per sé non spiega l'ampiezza dello scandalo relativo alla mia persona; perché mai dovrei avere infatti il privilegio della persecuzione in un paese dove tutti sanno che non sono affatto l'unico artista famoso a praticare il desiderio omosessuale? No, il fatto di essere conosciuto o riconosciuto è soltanto casualmente legato a ciò per cui vengo additato al furore di tutta una parte dell'opinione pubblica. Anzitutto, vorrei si badasse al fatto che tale corrente di opinione è stata originata dai media, da questo ceto giornalistico che perdona tanto meno la diversità, in quanto è esso stesso sottoposto al più spietato li vellamento. Il livellamento, l'omologazione dei comportamenti del giornalista, di chi scrive, gli vengono dettati dalla semplice necessità di sopravvivere. In questo mestiere che sarà magari, come si è detto, uno dei mestieri più belli del mondo, l'avidità fa parte di una deontologia volgare, corrotta dalla giungla degli appetiti e degli interessi dei gruppi che controllano la stampa scritta e audiovisiva.
Molti non mi hanno mai perdonato di scrivere tra di loro senza essere infeudato ad alcun potere né vincolato dalla legge della sopravvivenza. Il mio vero peccato è di avere esercitato il mestiere di giornalista da polemista e da poeta, nella più totale insubordinazione.
Questa insubordinazione, l'hanno trasferita sul piano morale, e l'omosessualità è divenuta, mediante tale operazione di transfert, il principio stesso del male.
Non è tanto l'omosessuale che hanno sempre condannato, quanto lo scrittore su cui non ha fatto presa l'omosessualità come mezzo di pressione, di ricatto perché rientri nei ranghi. In realtà lo scandalo è sorto non solo dal fatto che non tacevo la mia omofilia, ma anche dal fatto che non tacevo nulla. A procurarmi odio e insulti è stato il diritto di parola che mi prendevo, e che non ho mai rifiutato a nessun giornalista, ben più che quanto scoprivano in me d'irregolarità sessuale, o in altre parole di non conformità alle norme vigenti. In definitiva, nel mio caso, il silenzio o una relativa autocensura avrebbero tenuto a distanza i miei accusatori. Tenendo conto poi dell'incultura della maggior parte dei giornalisti di destra, e anche a volte, purtroppo, di sinistra, che hanno letto poco o nulla di quanto ho scritto, ci avrei senz' altro guadagnato in tranquillità. Avrebbero consentito ad ignorarmi, a prezzo del mio silenzio.
Ma ad aver sempre scatenato le passioni intorno alla sua persona non è stato innanzitutto il fatto che questa omosessualità dichiarata, militante, assunta nella parola, ha permesso di dissolvere la frontiera che separa l' immaginario dal vissuto? Nel suo accanimento a condannare l'omofilia, allo scopo di screditare la virulenza del verbo, la stampa conformista ha creato il mito di Pasolini delinquente, «ladro, sacrilego» ... Se la sono presa con la creazione stessa, con la potenza dell'immaginazione ... E attraverso questa era l'uomo che indubbiamente volevano infangare ... L'uomo che assumeva «le sue differenze».
È una tecnica vecchia come il mondo: quella dell'amalgama calunnioso. Tutti i processi alle intenzioni che hanno condotto contro scrittori, da Socrate a Oscar Wilde, passando per Baudelaire, hanno giocato sulla confusione tra finzione creativa e vissuto.
Credo inoltre che il fatto di aver espresso la mia visione della realtà mediante la finzione cinematografica non ha fatto che rafforzare l'equivoco. La rappresentazione cinematografica, per i suoi effetti di realtà, ha rafforzato la credibilità delle imputazioni rivoltemi.
Il linciaggio era però iniziato ben prima di "Accattone" e di "Mamma Roma", e persino, se ci riferisce alla stampa di opinione che Lei chiama in causa, prima della pubblica zione dei suoi primi due romanzzi "Ragazzi di vita" e "Una vita violenta". Sin dal 1948 Lei viene messo al bando d'infamia, accusato di perversione e di corruzione di minori.
Non spetta a me fare l'avvocato di quelli che hanno messo in moto l'ininterrotta campagna di criminalizzazione che da trent'anni mi esclude dalla società degli aventi diritto e dei benpensanti sessuali. Per quanto abbiano ragione di aborrire quello che sento e quello che sono, io rivendico di fronte alla loro abominevole autorità quella di poter scegliere la via problematica dell'errore. E se poi, come sono convinto, essi non sono né nella verità né nell'errore (visto che nessuno può fissare la norma morale dell'attività erotica dell'uomo, finquando non attenta alla vita altrui - intendo all'esistenza fisica-, avranno sicuramente perso il loro tempo a crocifiggermi sul loro codice. Tanto più che i codici del l'amore cambiano, più rapidamente ancora che non quelli del linguaggio e della dignità di essere uomo. Ciò che invece resta immodificato è la paura della conoscenza amorosa, la paura di vivere, il terrore profondo, imbecille, dell'eros, che spinge alla mortificazione. Nel 1948, dei comunisti hanno ritenuto giusto di cacciarmi dal partito; ho dovuto lasciare tutto quello che amavo, la morte nell'anima. Sono stati gli stessi, dopo, ad aver par lato sull'«Unità» di "Ragazzi di vita" in termini che aveva no ben poco da invidiare agli insulti della stampa di destra tipo «Il Borghese», per esempio.
Da Giancarlo Vigorelli a Giovanni Berlinguer, dall' «Unità» a «Rinascita», non fu soltanto il realismo (falso o equivoco, naturalmente) ad essere preso come bersaglio, ma fu il mio cosiddetto «disprezzo e disamore» per gli uomini, il mio gusto morbido per la sporcizia. Ora mi piacerebbe chiedere a qualcuno di essi, che oggi di nuovo mi riconoscono non tanto lontano da loro nel mio rifiuto critico della società borghese, della società consumistica italiana e della sua classe politica corrotta, mi piacerebbe chiedere loro se era veramente allora solo una questione di realismo. Vorrei che mi spiegassero perché, in trent'anni che scrivo nell'ambito della letteratura, e di questa stampa, praticamente nessuno si è avveduto di quanto fosse contraddittorio sostenere che tutto ciò che creavo (i miei personaggi e la loro cornice) fosse contemporaneamente il frutto di un'immaginazione astratta, irrealistica, e quello di un'esperienza abietta e obbrobriosa. Come mai non hanno capito che il diritto dello scrittore a dire tutto presuppone il dovere di inventare tutto, in altre parole di cogliere la verità, tutte le verità, senza per questo compromettersi nell'esperienza dell'abiezione.
In un articolo scritto nel 1974 per «Il Mondo», "Il carcere e la fraternità dell'amore omosessuale", Lei mette sullo stesso piano il riformismo progressista e la tolleranza del potere liberale in materia di repressione.
Rispondo in questo caso all'articolo di un'innocente anima bella di sinistra che s'indigna altamente per l'aggressione sessuale subita da un giovane da parte di due compagni di cella nella prigione milanese di San Vittore. Tento di vederci chiaro nella sua ira, e di analizzare tutte le implicazioni di questo atto di violenza.
In primo luogo l'articolo, scritto in risposta all'inchiesta di questo collega sul comportamento sessuale nelle prigioni italiane, ribadisce anzitutto che il giovane minorenne di cui si tratta non avrebbe dovuto trovarsi in una prigione di Stato per adulti. Esistono degli stabilimenti appositi per questa fascia d'età, e la nostra anima buona aveva omesso di avvertire l'opinione pubblica di questa prima illegalità ufficiale.
Stabiliti questi due punti, il pretesto dello stupro non riesce a nascondere quanto di conformistico e di razzistico ci sia dietro questa indignazione del giusto, quanto ci sia anche di contraddittorio. Perché, insomma, sono gli stessi che protestano l'innocenza in sé di tutti questi detenuti, e contemporanea mente denunciano la nefandezza di questi poveracci sesualmente frustrati, esasperati dalla detenzione. Improvvisamente l'omosessualità diventerebbe il finale assoluto, diciamo così, nel contesto della permissività che regge i rapporti eterosessuali.
Le sembra che il sistema dimostri una maggiore tolleranza nei riguardi dell'eterosessualità? Nel caso di questo reato sessuale, il suo carattere omofiliaco ne rafforza la criminalità e comporta un sovrappiù di repressione carceraria?
lo credo che per sua natura il sistema abbia bisogno di tale tabù e di tale reato per legittimare il riformismo subdolamente repressivo con cui si perpetua. Oggi il puritanesimo radicale non ha più corso. Mai come oggi vengono vantate le virtù dell'amore eterosessuale, pure al di fuori dei santi legami del matrimonio, pure ai confini della rispettabilità istituzionale. Il modello della coppia eterosessuale è un obbligo a cui nessuno può sfuggire impunemente; nella sfera della reificazione di tutti i rapporti umani, è proprio ciò che per il consumatore medio è l'automobile: una prova di esistenza normale, un dovere a cui non ci si può sottrarre. È quello che chiamo il modello dell'erotomania sociale in vigore. Ora, ecco ciò che offende i nostri riformisti di sinistra e li fa strillare come aquile. In un luogo chiuso, dove è vietato ogni rapporto sessuale, per la volontà di quelli che puniscono e a cui appunto costoro dovrebbero negare la loro solidarietà, avere un rapporto omosessuale è un attentato mostruoso a questa tolleranza su cui fanno leva a gara sia gli oppositori sia il potere che se ne avvale per mantenere l'ordine capitalistico.
Nel caso di cui parliamo, il reato omosessuale permette quindi a una certa opposizione progressista di chiedere una rifforma che il potere si affretta ad applicare nel senso di un rafforzamento della repressione.
Miracolosamente, la sessuofobia cattolica e il nuovo ordine della società laica avanzata concordano nella condanna definitiva dell'omosessuale. A maggior ragione, nella condanna di chi trasgredisce il divieto delle relazioni sessuali in carcere. Eppure, il giornalista sessuofobo, portavoce dell'opinione della maggioranza, è pur costretto a riferirsi alle statistiche. Il 22 per cento degli omosessuali praticano la loro «anomalia» in prigione, circa 1'80 per cento ne ha fatto lì l'esperienza. Di fronte a tali dati, il nostro riparatore di torti è preso da una frenesia di riforme. Propone né più né meno di introdurre nel sistema carcerario l'equivalente dei bordelli, delle case di tolleranza, in qualche modo. Ciò che significa limitare, di prepotenza, il problema alla sua stretta dimensione eterosessuale, e rafforza la repressione di un potere che, in ogni caso, non è ancora giunto a tali misure di liberalizzazione. Non ha altro effetto che irrigidire il controllo di quegli emarginati che sono gli omosessuali, e renderli più espo sti alla criminalizzazione e alla colpevolizzazione.
Lei scrive nello stesso articolo sul «Mondo» che è tragico infatti che un intellettuale che si ritiene avanzato, colto, umano, non capisca come l'unica soluzione al problema posto consista innanzitutto nello sdrammatizzarlo.
Fino a quando la maggioranza riterrà il rapporto omosessuale un male in sé, e spesso addirittura una tra le forme del male assoluto, il riformismo in questo campo non sarà che una sorta di razzismo nascosto, mascherato vergognosamente dietro la tolleranza.
Di riforma in riforma, questa tolleranza relativa non finisce per incrinare il tabù?
Insieme a quello dell'incesto, il tabù dell'omosessualità è uno degli ultimi a resistere alla liberalizzazione dei costumi. n che rivela benissimo, per inciso, la realtà repressiva di questo complesso di misure liberali che cercano di eludere, tramite mezze soluzioni, i problemi del la contraccezione, dell'aborto, del divorzio, e anche della sessualità nell'adolescente. Queste mezze soluzioni però hanno se non altro il merito di nominare il problema, di circoscriverne alcuni dati. I media conferiscono loro addirittura la dignità di argomenti alla moda o buoni per conversazioni da salotto. E poi, il pragmatismo li berale non può disinteressarsi della contraccezione o dell'aborto. Sono problemi strettamente connessi ai rap porti della società civile e del potere statale con la pro duttività, la previsione economica.
Mentre l'omosessualità non modifica affatto la struttura materiale di una società ...
In modo indiretto, può cambiarla, soprattutto la struttura morale ... Il tabù dell'omosessualità è uno dei più saldi chiavistelli morali della società consumistico-produttiva del capitale. L'omosessualità rimane un modo di vivere la propria sessualità che disturba e minaccia (potenzialmente) di distruggere l'ordine sessuale, l'economia libidinale repressiva su cui poggia l'intera costruzione delle nostre società industriali. Anzitutto l'omosessualità è totalmente distaccata dalla produttività puramente umana, quella della specie, nel senso che in fluirebbe piuttosto negativamente sullo sviluppo demografico se si generalizzasse. La pratica omosessuale costituisce quindi, rispetto al coito coniugale, istituito come pratica normale, un controtipo pericoloso per la riproduzione, compresa la riproduzione dei modelli ideologici che la cellula familiare secerne o tramanda.
Evidentemente, nelle nostre società lo sterminio degli omosessuali, alla stregua degli ebrei e degli zingari, in nome della purezza della razza, è per ora impensabile; ma il discredito morale, con tutti i mezzi, ha sostituito l'esclusione sancita dal triangolo rosa o dal Lager. L'omosesuale continua a vivere in un universo concentrazionario, sotto il vigile controllo della morale dominante. Faccio osservare che, dopo la guerra, gli scampati del triangolo rosa sono stati gli unici a non aver beneficiato delle ripa razioni accordate agli altri deportati. È un'omissione terribilmente rivelatrice.
In definitiva, per Lei, l'omosessualità nelle prigioni sarebbe la prova che l'omofilia esiste, come possibilità latente, in ogni uomo, e naturalmente in ogni donna.
Che esiste anch'essa ... Mi chiedo se sia davvero necessario ricorrere all'osservazione scientifica per accorgersi che la bisessualità è naturalmente la legge strutturale di qualunque essere sessuato.
Quel che mi preme, oltre che constatare questo fatto di natura, è il suo dosaggio: la rimozione o la messa in mora delle tendenze, gli sviluppi nevrotici che l'elusione dell'omosessualità può produrre; e specie quelli che la repressione sociale provoca nello psichismo degli individui che non assumono in piena libertà la loro «devianza».
Senza poi parlare della nevrotizzazione di quelli che la respingono in modo radicale, e non la esprimono se non attraverso la derisione dei finocchi (veda l'inventi vità linguistica a questo proposito) o la violenza a volte omicida scaricata contro gli «altri».
È appunto il diniego cui allude Sartre a proposito di Genet. Il dramma dell'omosessuale deriva, procede dalla rimozione continua della tentazione omosessuale. Sono felici egli dice, di aborrirla in un altro, perché così possono finalmente sfuggire al proprio sguardo.
E questa tentazione di sant'Antonio, che sbocca spes so nel diniego violento dei fantasmi, non risparmia i de mocratici, ammesso che il collegamento non sia troppo buffo. Le leggi nell'Urss e a Cuba colpiscono duramente l'omosessualità, nel quadro della lotta del popolo contro la decadenza capitalistica. Quanto alla sinistra zelante, neppure essa evita la trappola della condanna ideologica. Basta la commistione con la droga o con il vizio borghese per classificarla nella categoria del male sociale. E quella che chiamerei la connotazione morale.
La codificazione della sessualità risponde quindi a degli imperativi ideologica e la repressione dell'omosessualità è un'azione di classe così come la repressione di uno sciopero o l'allineamento dei salari al profitto?
Non è così schematico. Volevo dire che la condanna dell'omosessualità, in quanto emana dall'ideologia capitalistica, e adesso piuttosto neocapitalistica, passa attraverso una serie di schermi culturali più o meno riduttivi. Le strozzature che permettono di filtrare, per così dire, la tolleranza, si situano a livelli diversi nel tessuto sociale. Ovviamente, la tolleranza è un fatto di classe, un corpus di emendamenti al divieto imposto dall'alto. Per ra gioni strategiche, naturalmente.
Il libertinaggio omosessuale è diffusissimo nell'alta società, eppure l'alta società - quella i cui uomini legiferano stando al potere - stabilisce un codice giuridico e un limi te di età (la maggiore età) per regolamentare e punire cer te pratiche sessuali. In Italia, il limite di età è passato a sedici anni dal Codice napoleonico, che per le ragioni tattiche che Lei conosce aveva bisogno di un'emancipazione precoce dei giovani coscritti di origine popolare.
Un tale codice non avrà disturbato, suppongo, i legi slatori fascisti. Altrove, i legislatori hanno fissato i limiti dell'età della responsabilità in funzione dei bisogni coercitivi richiesti dai propri regimi. Constato, in ogni caso, che la trasgressione di questi famosi limiti d'età è più «grave», più penalizzata, quando si tratta di rapporto omosessuale. Né mi sfugge che l'attuale normalizzazione dell'erotismo eterosessuale consente certe deroghe alle regole. So che nel caso della famosa sottrazione di minori, la giustizia tende a penalizzare più duramente gli omofili. Tale parzialità deriva da tutto un apartheid, che costituisce il risvolto di un sistema apparentemente liberale e tollerante. Ho detto e scritto più volte che non credevo affatto nell'autenticità profonda di questa tolleranza, in quanto non viene dal basso, ma è una sorta di lusso morale che nasconde i privilegi dell'élite e da cui, in ultima analisi, essa sola ricava profitto.
Le ho addirittura sentito dire, durante un dibattito con i giovani radicali che questa falsa tolleranza poteva ma scherare e soprattutto annunciare un'ondata di razzismo ancora peggiore che non ai tempi del nazismo trionfante.
Questo timore, lungi dall'essere fondato su vacue in quietudini, è bensì sempre più awalorato dalla storia del dopoguerra, con le sue sporadiche fiammate di odio razziale. Sono convinto che l'intolleranza covi sotto il camuffamento delle riforme mediocri. Risorgerà, ne so no certo. Qui o altrove non ha mai cessato di rinascere. Eppure sarebbe sbagliato credere che si manifesti solo attraverso atti di violenza o di terrorismo.
Esistono una violenza e un terrorismo «che procedono con zampe di colomba», per usare l'espressione poetica di Nietzsche.
Questa violenza, dolce, è peggiore dell'altra, perché non costituisce una negazione radicale dell'anomalia, che mira ad eliminare normalizzandola; è quindi una falsa negazione, difficile da negare, nel senso di un supera mento della violenza e del razzismo.
Il sistema della tolleranza liberale non si propone di liberare l'omosessualità sospendendo ogni giudizio e ogni sanzione, contro quelli che la praticano. Mira a respingerla nell'al-di-fuori della normativa morale. Non essendo in grado di abolirla senza squilibrare l'intera struttura sociale, con una qualche soluzione definitiva, la mantiene in uno stato di marginalità eccezionale e di clandestinità. Il fatto è che non può più respingerla come contraria, senza smascherare al tempo stesso l'imbecillità della propria ideologia, senza considerare l' omosessualità come un fatto contro natura, una barbarie totale. La sua intera filosofia precipiterebbe nel ridicolo.
Quindi si vede costretto, questo sistema, a imprigiona re tale anomalia nel ghetto dell'anomia, e cioè, se così posso dire, in una no man's land dentro la quale si respingono le sovversioni e gli empirismi eretici inalienabili.
Non è escluso, infatti, che il sistema di tolleranza faccia coesistere più funzioni repressive complementari. Al livello superiore, ci sono quelli che convengono implicitamente sulla «normalità» dei devianti omosessuali e sanno che è necessario respingerli nell'anomia per controllare maggiormente la forza di rottura, di sovversione che rappresentano in potenza.
Basta loro far funzionare, a un livello subalterno, il complesso degli apparati ideologici e dei filtri culturali atti a isolare l'anomalia, a incanalarla, strutturarla e, in ultima analisi, a regolamentarla.
Tocca poi alla scienza del sistema, o a certe pseudo scienze, impadronirsi di questa anomalia, e farne un oggetto di studio, di speculazione, addirittura di spettacolo ... Ad esempio, le cosiddette scienze umane vivisezionano l'omofilia, mettendone in luce la «complessità nevrottica» ...
All'ultimo gradino della scala, non resta più che affi dare alle classi popolari il compito di esteriorizzare il di vieto morale e di punire la trasgressione. Non c'è nulla di più terribile che il cacciatore di «finocchi», reso dalla rimozione o dai pregiudizi particolarmente fobico e per sino pericoloso ... Ogni mattina, nelle periferie romane, due o tre vittime del razzismo anti-omosessuale pagano il prezzo della loro anormalità alla società in via di normalizzazione.
Lei ha detto tuttavia più volte che esisteva un'omoses sualità tipica dei ceti popolari in particolare degli strati più profondi delle società arcaiche.
A Roma, in Sicilia, e più in genere nell'intero bacino del Mediterraneo, l'omosessualità si radica in rapporti sociali particolari. Nelle società di questa civiltà in cui affiora ancora il sostrato arcaico, la «libertà omosessua le» è in via di estinzione. Ha però profonde radici stori che. Questa tradizione si è costituita a partire da realtà socio-culturali ben precise. Dapprincipio c'è stata l'egemonia sociale dell'uomo, che il paleocristianesimo e poi il cattolicesimo romano si sono limitati a fondare in iure. Tale egemonia però non spiega di per sé la libertà della pratica omosessuale nella Grecia antica e nel complesso delle società greco-latine. È certo che la società schiavi sta era una società di uomini e di segregazione dei sessi, soprattutto allivello dei ceti plebei, dove la donna era un bene inaccessibile, un lusso. Infine, inglobando tutti questi sotto insiemi, c'è l'enorme potere occulto della madre, il suo arcaismo, la sua sovranità sotterranea, «de metria» ... In tutti i paesi in cui l'omosessualità è fortemente endemica o pubblicamente riconosciuta, il rapporto con la madre, con il significante materno, determina un'inversione fondamentale dei rapporti con la donna. Forse l'omosessuale ha il senso dell'origine sacra della vita più di chi si vuole strettamente eterosessuale. Il rispetto della santità della madre predispone a una particolare identificazione con essa; direi anzi che nel fondo dell'omosessuale c'è in modo molto inconscio la rivendicazione della castità: il desiderio dell'angelizzazione. In modo altrettanto oscuro, l'omosessuale cerca lo stesso nell'altro (l'altro-stesso), un partner con cui non rischi di riprodursi il terribile potere del padre, del profanatore. Direi che l'omosessuale tende a preservare la vita, non accelerando il ciclo procreazione-distruzione, ma sostituendo alla perennità della specie la coerenza di una cultura, la continuità di una conoscenza.
Un'altra via verso l'eternità ...
Forse ...
Pasolini, P.P. Diverso come gli altri, in Il sogno del centauro, Intervista rilasciata a J. Duflot, 1969, ora in Id., Saggi sulla politica e la società, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano 1999, pp. 1532-1544.
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